2 Agosto 2020 – XVIII Domenica T.O.

Vangelo

Mt 14,13-21

In quel tempo, avendo udito della morte di Giovanni Battista,13Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. 14Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
15Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». 16Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». 17Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». 18Ed egli disse: «Portatemeli qui». 19E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 20Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. 21Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini


Vangelo del pane che trabocca dalle mani, dalle ceste. Segno da custodire con particolare cura, raccontato per ben sei volte dai Vangeli, carico di promesse e profezia.
Gesù vide la grande folla, sentì compassione di loro e curò i loro malati. Tre verbi rivelatori (vide, sentì, curò) che aprono finestre sui sentimenti di Gesù, sul suo mondo interiore. Vide una grande folla, il suo sguardo non scivola via sopra le persone, ma si posa sui singoli, li vede ad uno ad uno. Per lui guardare e amare sono la stessa cosa….

Ermes Maria Ronchi, su Avvenire: È un dono il pane del Signore e va donato >>>  


…Come si era ritirato dopo aver saputo dell’arresto di Giovanni (Mt 4,12), ora, venuto a sapere della sua esecuzione capitale, analogamente si ritira, fa anacoresi. Il rapporto di Gesù con Giovanni è profondo anche nella distanza. È come se la presenza di Giovanni abitasse in Gesù: la notizia della sua morte provoca un’eco profonda in lui, una risonanza certamente di tipo affettivo, ma non solo. Immerso nel Giordano da Giovanni, Gesù ne è stato un seguace, e il loro incontro è stato un evento spirituale in cui l’uno ha riconosciuto la vocazione dell’altro ed entrambi si sono obbediti a vicenda pur di compiere il volere del Padre (cf. Mt 3,13-17). Ora, morto Giovanni, Gesù cerca la solitudine per prendere una distanza dall’evento dell’esecuzione del Battista e poter così leggere la propria responsabilità di fronte al vuoto lasciato da Giovanni. È come se la morte di Giovanni divenisse un messaggio per lui, un passaggio di testimone. Quando, vedendo le folle che lo avevano seguito sottraendolo di fatto alla solitudine che cercava, Gesù abdicherà al proposito di ritiro per prendersi cura di loro, lo farà anche assumendo la postura pastorale nei confronti di gente che, come specifica Marco nella sua redazione evangelica, “erano come pecore senza pastore” (Mc 6,34) perché orfane del Battista. In ogni caso, noi abbiamo qui l’espressione di quella ricerca di solitudine e ritiro che ha caratterizzato la vita di Gesù (Mt 14,23; Mc 1,35.45; 6,31; Lc 5,16; Gv 11,54). Gesù non fugge di fronte al vuoto in cui consiste il lutto per la perdita dell’amico e maestro, non si stordisce, ma cercando la solitudine tenta di rendere eloquente per lui tale perdita. Gesù coltiva il vuoto della morte di Giovanni e così quella morte diventa generativa e produttrice di vita. Non a caso il racconto evangelico che inizia con la notizia della morte di Giovanni, si chiude con l’atto con cui Gesù dà vita alle folle curando i malati e dando loro da mangiare. E come la morte di Giovanni è stata elaborata da Gesù facendone un atto di responsabilità che l’ha impegnato nei confronti delle folle, così egli spingerà i suoi discepoli a un’analoga assunzione di responsabilità nei confronti della gente affamata dicendo loro: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mt 14,16). …

Luciano Manicardi, monastero di Bose: Una compassione intelligente >>>


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Date loro voi stessi da mangiare

Prima della lettura del brano qualcosa che lo inquadri meglio, lo colleghi, è un banchetto questo, con il precedente banchetto che abbiamo considerato, cioè il banchetto di Erode. A un banchetto che è nel palazzo del potente, a un banchetto che termina con la morte violenta del profeta, succede un altro banchetto che è nel deserto però, e termina non con la morte, ma con la vita, con la vita abbondante della folla che si sazia di pane,tanto che ne avanza di pane, dodici ceste addirittura. È Gesù che anticipato dal profeta Giovanni Battista, sfama il suo popolo

 

26 Luglio 2020 – XVII Domenica T.O.

Vangelo

Mt 13,44-52

In quel tempo Gesù espose un’altra parabola, dicendo: «44Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
45Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.47Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 51Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». 52Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».


Gesù, con due parabole simili, brevi e lampeggianti, dipinge come su un fondo d’oro il dittico lucente della fede. Evoca tesori e perle, termini bellissimi e inusuali nel nostro rapporto con Dio. Lo diresti un linguaggio da romanzi, da pirati e da avventure, da favole o da innamorati, non certo da teologi o da liturgie, che però racconta la fede come una forza vitale che trasforma la vita, che la fa incamminare, correre e perfino volare. Annuncia che credere fa bene! Perché la realtà non è solo questo che si vede: c’è un di più raccontato come tesoro, ed è accrescimento, incremento, intensità, eternità, addizione e non sottrazione . «La religione in fondo equivale a dilatazione» (G. Vannucci). ….

Ermes Maria Ronchi, su Avvenire: Nessun viaggio è lungo per chi ama >>>  


…Ora è il tempo della pazienza. La pazienza è forza nei confronti di se stessi, è capacità di astenersi dall’intervenire dominando l’istinto che porterebbe immediatamente a “far pulizia”. Ma questo non è l’agire di Dio. Dio è paziente, longanime, abitato da makrothymía, egli porta e sopporta il peccato degli umani. E questo non è passività o disinteresse o lassismo, ma attesa fiduciosa dei tempi dell’uomo, dei tempi di ciascuno. È segno della fede che Dio ha nell’uomo, della fiducia che gli accorda. “Il Signore è paziente (makrothymeî) con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di convertirsi” (2Pt 3,15)…

Luciano Manicardi, monastero di Bose: Una radicalità gioiosa >>>


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Per la gioia di esso, va e vende tutto quello che ha e compra quel campo

… quattro brevissime parabole, quattro metafore: la prima parla del tesoro nascosto, la seconda della perla preziosa, la terza della pesca e la quarta dello scriba che tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie.Queste quattro parabole conclusive rispondono all’obiezione che uno può fare a questo punto del racconto delle parabole: se Dio è misericordia infinita, cosa ci resta da fare? Facciamo nulla. Già ci pensa Lui.Quindi si potrebbero intendere tutte le parabole delle misericordia come un invito a non decidere nulla, a fare nulla, a non avere responsabilità.E allora le prime due parabole riguardano la decisione: come avviene la decisione; e le ultime due riguardano la responsabilità di portare avanti questa decisionedurante la vita, con coerenza e poi di trasmetterla come lo scriba, con competenza e con completezza. Questo proprio per ovviare all’inconveniente che ci fa vedere che la Chiesa non è una setta di giusti, facendoci chiedere che cosa ne possiamo fare? Un covo di malandrini? No, c’è qualcosa in mezzo. …

19 Luglio 2020 – XVI Domenica T.O.

Vangelo

Mt 13, 24-43

In quel tempo 24Gesù espose un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 26Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 27Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?». 28Ed egli rispose loro: «Un nemico ha fatto questo!». E i servi gli dissero: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». 29«No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 30Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio»». 31Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. 32Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
33Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
34Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, 35perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:

Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.

36Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 37Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. 38Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno 39e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. 40Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità 42e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 43Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!


Tutto il Vangelo propone, come nostra atmosfera vitale, il respiro della fecondità, della fruttificazione generosa e paziente, di grappoli che maturano lentamente nel sole, di spighe che dolcemente si gonfiano di vita, e non un illusorio sistema di vita perfetta. Non siamo al mondo per essere immacolati, ma incamminati; non per essere perfetti, ma fecondi. Il bene è più importante del male, la luce conta più del buio, una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo….

Ermes Maria Ronchi, su Avvenire: Nel mondo per essere fecondi non perfetti >>>  


…Ora è il tempo della pazienza. La pazienza è forza nei confronti di se stessi, è capacità di astenersi dall’intervenire dominando l’istinto che porterebbe immediatamente a “far pulizia”. Ma questo non è l’agire di Dio. Dio è paziente, longanime, abitato da makrothymía, egli porta e sopporta il peccato degli umani. E questo non è passività o disinteresse o lassismo, ma attesa fiduciosa dei tempi dell’uomo, dei tempi di ciascuno. È segno della fede che Dio ha nell’uomo, della fiducia che gli accorda. “Il Signore è paziente (makrothymeî) con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di convertirsi” (2Pt 3,15)…

Luciano Manicardi, monastero di Bose: Il tempo della pazienza mite >>>


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Lasciate che crescano ambedue insieme

… Noi vorremmo dire: aboliamola, strappiamola, facciamo una setta di puri. Eppure il male c’è; cosa fai con questo male? Questo male che c’è e che non viene da Dio e che Dio non vuole, alla fine rientra nel disegno di Dio in modo più grande di quanto Dio aveva fatto all’inizio.Dio all’inizio ha fatto il mondo bello, il guasto che noi abbiamo fatto e facciamo col male non lo rende brutto, lo rende migliore, lo rende divino. Perché è proprio nel male mio che Lui mi usa misericordia e la misericordia è l’essenza di Dio come amore gratuito e grazia. Quindi nel mio male capisco Dio. …

12 Luglio 2020 – XV Domenica T.O.

 

Vangelo

Mt 13, 1-23

In quel tempo1 Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. 2Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
3Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. 8Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. 9Chi ha orecchi, ascolti». 10Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». 11Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:

Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
15Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!

16Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!

18Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. 19Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. 20Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, 21ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. 22Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. 23Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».


… L’etica evangelica non cerca campi perfetti, ma fecondi. Lo sguardo del Signore non si posa sui miei difetti, su sassi o rovi, ma sulla potenza della Parola che rovescia le zolle sassose, si cura dei germogli nuovi e si ribella a tutte le sterilità.
E farà di me terra buona, terra madre, culla accogliente di germi divini. Gesù racconta la bellezza di un Dio che non viene come mietitore delle nostre poche messi, ma come il seminatore infaticabile delle nostre lande e sterpaglie. E imparerò da lui a non aver bisogno di raccolti, ma di grandi campi da seminare insieme, e di un cuore non derubato; ho bisogno del Dio seminatore, che le mie aridità non stancano mai.

Ermes Maria Ronchi, su Avvenire: La semina «divina» non esclude nessuno >>>  


… Nella nostra parabola, Gesù parla di una realtà teologica e spirituale (la parola di Dio e il suo ascolto da parte dell’uomo) narrando di un contadino che semina e che vede cadere il seme in vari tipi di terreno. Ciò che colpisce è che, a fronte di diverse affermazioni bibliche circa l’efficacia della parola di Dio (p. es., Is 55,10-11; Eb 4,12), la parabola evangelica del seminatore presenta una semina di parola di Dio in cui prevale decisamente l’inefficacia della stessa: su quattro casi, in tre la parola resta infeconda, mentre in un solo caso porta frutto, e inoltre in tre misure molto diverse. Dal testo possiamo far emergere due differenti considerazioni: la prima, circa le opposizioni che l’uomo pone al dispiegarsi dell’efficacia della parola di Dio; la seconda, circa il tipo di efficacia della parola di Dio.

Luciano Manicardi, monastero di Bose: Ascoltare, comprendere, dare frutto >>>


Gesuiti Villapizzone, Milano ( http://www.gesuiti-villapizzone.it/sito/lectio/vangeli.html )

Uscì il seminatore a seminare

Ogni volta che leggiamo un racconto, o leggiamo un miracolo, o leggiamo un discorso di Gesù, viene accennato un argomento, ma non è mai un argomento trattato esaurientemente, concluso, è sempre qualcosa di iniziale. Si rafforza questa impressione avendo sottocchio questa parabola.

Ogni brano di vangelo è qualcosa che assomiglia a un seme, non è mai qualcosa di concluso,come potrebbe essere per dire un frutto, ma qualcosa di iniziale, qualcosa che prende avvio,principia,e poi dovrà crescere, dovrà progredire, progredirà di fatto.

 

5 Luglio 2020 – XIV Domenica T.O.

Omelia di don Mario Testa – XIV Domenica del T. O.  – 5 Luglio 2020 >>>

Vangelo

Mt 11,25-30

25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».


Quello che mi incanta è Gesù che si stupisce del Padre. Una cosa bellissima: il Maestro di Nazaret che è sorpreso da un Dio sempre più fantasioso e inventivo nelle sue trovate, che spiazza tutti, perfino suo Figlio. Cosa è accaduto? Il Vangelo ha appena riferito un periodo di insuccessi, tira una brutta aria: Giovanni è arrestato, Gesù è contestato duramente dai rappresentanti del tempio, i villaggi attorno al lago, dopo la prima ondata di entusiasmo e di miracoli, si sono allontanati. Ed ecco che, in quell’aria di sconfitta, si apre davanti a Gesù uno squarcio inatteso, un capovolgimento improvviso che lo riempie di gioia: Padre, ti benedico, ti rendo lode, ti ringrazio, perché ti sei rivelato ai piccoli. Il posto vuoto dei grandi lo riempiono i piccoli: pescatori, poveri, malati, vedove, bambini, pubblicani, i preferiti da Dio. Gesù non se l’aspettava e si stupisce della novità; la meraviglia lo invade e lo senti felice. Scopre l’agire di Dio, come prima sapeva scoprire, nel fondo di ogni persona, angosce e speranze, e per loro sapeva inventare come risposta parole e gesti di vita, quelli che l’amore ci fa chiamare “miracoli”. …

Ermes Maria Ronchi, su Avvenire: Due braccia aperte, non un dito accusatore >>>  


Il testo evangelico odierno inizia con una notazione temporale (“In quel tempo”) che lega ciò che Gesù sta per dire agli eventi appena narrati, ovvero, la domanda del Battista sulla messianicità di Gesù (Mt 11,3ss.) e il fallimento, o almeno lo scarso successo, della sua predicazione e missione (Mt 11,20-24). Gesù ha appena rimproverato le città di Corazin, Betsaida e Cafarnao perché, pur avendo assistito ai gesti di potenza da lui compiuti, non si sono convertite. Si comprende così il senso del verbo “rispondere” che introduce il ringraziamento di Gesù. Dice letteralmente il testo: “In quel tempo, rispondendo, Gesù disse”. Questa risposta reagisce a degli eventi, non a una domanda esplicita che, appunto, nel testo non c’è. Gesù risponde allo scarso interesse suscitato dalla sua persona, dalla sua predicazione, dalle sue opere. E vi risponde con la preghiera, addirittura una preghiera di ringraziamento (“Ti benedico, Padre”). Gesù integra nella preghiera l’insuccesso, mette tutto davanti al Padre e conferma il suo “sì”, il suo “amen”, la sua decisione irrevocabile di adesione a Lui. Il suo “sì” al Padre non è condizionato dal successo della sua missione, ma è un’adesione radicale che anche situazioni sfavorevoli o contraddittorie non intaccano. Il “no” che la sua persona e il suo ministero hanno ricevuto, confermano, nella sua preghiera il suo “sì” al Padre. Sempre la preghiera è una risposta che reagisce alla parola di Dio così come a eventi della vita che non possono lasciare indifferente il credente. Con la preghiera anche il fallimento, o ciò che noi giudichiamo tale (il fallimento pastorale, l’assenza di frutti del ministero, la sterilità della predicazione, il rifiuto o il disinteresse degli altri…) diviene non causa di scoraggiamento o di abbandono, ma momento di paradossale conferma della sequela del Signore. ….

Luciano Manicardi, monastero di Bose: Anche l’insuccssso si fa preghiera  >>>


Gesuiti Villapizzone, Milano ( http://www.gesuiti-villapizzone.it/sito/lectio/vangeli.html )

Ti benedico, Padre

Prima di leggerlo il contesto: tutto il capitolo 11° è un capitolo di crisi, dove si pone l’umanità di Gesù che realizza il discorso del monte, realizza l’umanità del povero, dell’afflitto, del puro di cuore, di colui che realizza il Regno di Dio proprio in queste condizioni e questa situazione di Gesù nella sua umanità è lo scandalo, l’inciampo, il giudizio. Accogliere questo è accogliere la salvezza, non accoglierlo è la perdizione come abbiamo visto la volta scorsa. E se la volta scorsa abbiamo visto il lamento di Gesù che fa il lutto per chi non lo accoglie, questa sera vediamo la danza di gioia di Gesù per chi accoglie la sua rivelazione.

Venite a me

Gesù è venuto a rivelarci e a donarci il suo amore per il Padre, quell’amore che lui ha verso ciascuno di noi, e Gesù ci introduce nell’amore e nella vita della Trinità.Questa rivelazione è riservata ai semplici, ai piccoli, agli infanti a quelli che non conoscono legge, cioè ai figli.

28 Giugno 2020 – XIII Domenica T.O.

Omelia di don Mario Testa – XII Domenica del T. O.  – 21 giugno 2020 – S. Messa ore 09.00   >>>

Vangelo

Mt 10,37-42

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«37 Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me;
38 chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 39 Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. 40 Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42 Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».


Chi ama padre o madre, figlio o figlia più di me, non è degno di me. Una pretesa che sembra disumana, a cozzare con la bellezza e la forza degli affetti, che sono la prima felicità di questa vita, la cosa più vicina all’assoluto, quaggiù tra noi. Gesù non illude mai, vuole risposte meditate, mature e libere. Non insegna né il disamore, né una nuova gerarchia di emozioni. Non sottrae amori al cuore affamato dell’uomo, aggiunge invece un “di più”, non limitazione ma potenziamento. Ci nutre di sconfinamenti. Come se dicesse: Tu sai quanto è bello dare e ricevere amore, quanto contano gli affetti dei tuoi cari per poter star bene, ebbene io posso offrirti qualcosa di ancora più bello. …

Ermes Maria Ronchi, su Avvenire: Chi dona con il cuore rende ricca la sua vita >>>  


Nel discorso apostolico, parlando delle opposizioni e persecuzioni a cui i suoi inviati andranno incontro, Gesù ha appena rivelato che la sua persona e il suo ministero, chiedendo agli uomini una decisione e una scelta, di fatto operano anche una divisione, suscitano conflitti e separazioni. Anche all’interno dello spazio famigliare si verificano lacerazioni e si creano inimicizie (Mt 10,34-36). La sua predicazione itinerante ha portato persone a lasciare la famiglia, a mettere in crisi quel legame che era così fondante e basilare nella società dell’epoca e che comportava dimensioni sociali ed economiche non indifferenti. Ecco dunque che, da questa constatazione, Gesù passa a sottolineare la condizione del discepolo e le esigenze del discepolato, o, se vogliamo, a enunciare la “dignità” del discepolo. Per tre volte Gesù afferma che “non è degno di lui” chi ama padre o madre, figlio o figlia, più di lui, chi non prende la propria croce per seguirlo, chi tiene per sé (lett. chi “trova”) la propria vita (Mt 10,37-39). Il triplice “non è degno di me” non va inteso come valutazione morale, né significa che Gesù richieda prestazioni che rendono meritevoli chi le compie. Si tratta di una semplice constatazione: vive la sequela di Gesù chi antepone l’amore di Cristo ai legami famigliari e si dispone a vivere questo amore fino alla croce, alla morte infamante. Questi è degno di Gesù, cioè, suo discepolo. …

Luciano Manicardi, monastero di Bose: La dignità del discepolo >>>


Gesuiti Villapizzone, Milano ( http://www.gesuiti-villapizzone.it/sito/lectio/vangeli.html )

37Chi ama il padre o lamadre più di me, non è degno di me. Chi ama il figlio e lafiglia più di me, non è degno di me. 38Chi non prende la sua croce e non mi segue me, non è degno di me.

Chi è degno di Gesù, del Figlio? Ècolui che lo ama più del padre e della madre. Che cos’è la fede cristiana,anche quella ebraica? Amerai il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore con tutta la tua vita, con tutta la tua forza, con tutta la tua intelligenza.Ora il Signore è Gesù e il Signore va amato prima di tutto. Non si può amare come secondo Dio, se lo ami come secondo non è più Dio. Puoi non amarlo, odiarlo, ma non amarlo come secondo.

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21 Giugno 2020 – XII Domenica T.O.

Omelia di don Mario Testa – XII Domenica del T. O.  – 21 giugno 2020 – S. Messa ore 09.00   >>>

Vangelo

Mt 10,26-33

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 28E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
32Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.


Non temete, non abbiate paura, non abbiate timore. Per tre volte Gesù si oppone alla paura, in questo tempo di paura che mangia la vita, «che non passa per decreto-legge» (C.M. Martini), che come suo contrario non ha il coraggio ma la fede. Lo assicura il Maestro, una notte di tempesta: perché avete paura, non avete ancora fede? (Mc 4,40). Noi non siamo eroi, noi siamo credenti e ciò che opponiamo alla paura è la fede. E Gesù che oggi inanella per noi bellissime immagini di fede: neppure un passero cadrà a terra senza il volere del Padre. Ma allora i passeri cadono per volontà di Dio? È lui che spezza il volo delle creature, di mia madre o di mio figlio? Il Vangelo non dice questo, in verità è scritto altro: neppure un uccellino cadrà “senza il Padre”, al di fuori della sua presenza, e non come superficialmente abbiamo letto “senza che Dio lo voglia”. Nessuno muore fuori dalle mani di Dio, senza che il Padre non sia coinvolto. Al punto che nel fratello crocifisso è Cristo a essere ancora inchiodato alla stessa croce. Al punto che lo Spirito, alito divino, intreccia il suo respiro con il nostro; e quando un uomo non può respirare perché un altro uomo gli preme il ginocchio sul collo, è lo Spirito, il respiro di Dio, che non può respirare. Dio non spezza ali, le guarisce, le rafforza, le allunga. E noi vorremmo non cadere mai, e voli lunghissimi e sicuri. …

Ermes Maria Ronchi, su Avvenire: Nessuno ci ama capello per capello come Dio >>>  


All’interno del discorso missionario contenuto nel capitolo decimo del vangelo secondo Matteo, il brano evangelico odierno si situa immediatamente dopo le parole sapienziali di Gesù che proclamano che un discepolo non è da più del suo maestro, anzi, è già tanto se un discepolo diventa come il suo maestro (Mt 10,24-25).

In particolare, introduce la nostra pagina evangelica l’avvertimento forte di Gesù: “Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia”. Ovvero, se il maestro è stato calunniato e osteggiato così avverrà anche al discepolo. Questo si devono aspettare i discepoli: un trattamento non certo migliore di quello riservato al loro Maestro e Signore. Qui si inserisce il ripetuto avvertimento a non avere paura (vv. 26.28.31) e, piuttosto, a temere il Signore (v. 28b). Il discepolo è colui che è stato istruito dal suo maestro, che ha ricevuto, anche nel nascondimento e nel segreto, insegnamenti e istruzioni: ma ora, ciò che il discepolo ha ascoltato nel piccolo gruppo deve essere annunciato in pubblico, apertamente. Dunque la prima conseguenza che deriva dall’essere il discepolo all’altezza del suo maestro, è che annunci il vangelo con franchezza, senza vergognarsene, senza ritrosie e timidezze, senza paura di chi gli si oppone e lo contrasta con intimidazioni e minacce (vv. 26-27). …

Luciano Manicardi, monastero di Bose: Il coraggio della parola libera >>>


Gesuiti Villapizzone, Milano ( http://www.gesuiti-villapizzone.it/sito/lectio/vangeli.html )

  • 39 – Mt 10,26-31 2

Domenica 14 Giugno 2020 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

Omelia di don Mario Testa – Solennità del Corpus Domini, Sabato 13 giugno 2020 >>>

Vangelo

La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Parola del Signore


Nella sinagoga di Cafarnao, il discorso più dirompente di Gesù: mangiate la mia carne e bevete il mio sangue. Un invito che sconcerta amici e avversari, che Gesù ostinatamente ribadisce per otto volte, incidendone la motivazione sempre più chiara: per vivere, semplicemente vivere, per vivere davvero. È l’incalzante convinzione di Gesù di possedere qualcosa che cambia la direzione della vita. Mentre la nostra esperienza attesta che la vita scivola inesorabile verso la morte, Gesù capovolge questo piano inclinato mostrando che la nostra vita scivola verso Dio. Anzi, che è la vita di Dio a scorrere, a entrare, a perdersi dentro la nostra. Qui è racchiusa la genialità del cristianesimo: Dio viene dentro le sue creature, come lievito dentro il pane, come pane dentro il corpo, come corpo dentro l’abbraccio. Dentro l’amore. …

Ermes Maria Ronchi, su Avvenire: Con il suo «pane vivo» il Signore vive in noi >>>  


Questa festa celebra la memoria del corpo e del sangue del Signore, cioè del corpo donato, del corpo consegnato di Gesù per la vita degli uomini. Le parole di Gesù: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,51) indicano anzitutto Gesù come colui che rivela il Padre e che dà la vita al mondo con la sua stessa vita, con l’interpretazione della vita umana che egli ha mostrato nella sua concreta esistenza. Il “mangiare me” (cf. Gv 6,57), il “mangiare la mia carne e bere il mio sangue” (cf. Gv 6,53.54.56) rinviano il discepolo all’operazione spirituale di assimilare nella propria vita la vita di Cristo. Di questa operazione fa parte la fede, il credere, fa parte l’ascolto della parola delle Scritture, fa parte la prassi, il fare concretamente la volontà del Padre. Non vi fa parte solo la manducazione eucaristica. La vita umana di Gesù (la sua carne e il suo sangue), come testimoniata nei vangeli, è il cibo di cui ogni credente è chiamato a nutrirsi affinché la vita di Gesù viva concretamente in lui. La chiesa è il luogo in cui la concreta umanità di ogni credente (la sua carne e il suo sangue) è chiamata a conformarsi all’umanità di Gesù, alla sua vita. Affinché sia vero che una sola vita, un’unica vita lega il Signore e il suo discepolo. Lì la chiesa si manifesta come luogo dell’alleanza tra il Signore e il credente. ….

Luciano Manicardi, monastero di Bose: Un cibo donato che si fa vita >>>


Gesuiti Villapizzone, Milano ( http://www.gesuiti-villapizzone.it/sito/lectio/vangeli.html )

Il pane che io vi darò è la mia carne per la vita del mondo

La carne e il sangue di Gesù, il suo corpo totalmente donato ai fratelli, rende visibile quel Dio che è tutto amore e dono di sé : in lui si celebra l’alleanza nuova e definitiva tra cielo e terra. La Parola ci presenta questo corpo. Mangiarlo significa conoscerlo per assimilarlo e diventare come lui, capaci di amare come siamo amati.

7 Giugno 2020 – Domenica della SS. Trinità

Omelia di don Bernard Tondé Domenica della SS Trinità, Messa del sabato 06 06 2020.mp3

Santa Trinità
Giovanni 3,16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: 16Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.


…I  nomi di Dio sul monte sono uno più bello dell’altro: il misericordioso e pietoso, il lento all’ira, il ricco di grazia e di fedeltà (Es 34,6). Mosè è salito con fatica, due tavole di pietra in mano, e Dio sconcerta lui e tutti i moralisti, scrivendo su quella rigida pietra parole di tenerezza e di bontà.
Che giungono fino a Nicodemo, a quella sera di rinascite. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Siamo al versetto centrale del Vangelo di Giovanni, a uno stupore che rinasce ogni volta davanti a parole buone come il miele, tonificanti come una camminata in riva al mare, fra spruzzi d’onde e aria buona respirata a pieni polmoni: Dio ha tanto amato il mondo… e la notte di Nicodemo, e le nostre, s’illuminano…..

Ermes Maria Ronchi, su Avvenire: Trinità: Dio è legame, comunione abbraccio >>> 


L’intenzione della liturgia nella domenica successiva alla Pentecoste, che pone al suo cuore la Trinità, è quella di una celebrazione dossologica dell’azione del Dio trinitario che in realtà è sempre al cuore di ogni celebrazione per cui si pone il problema della specificità di questa festa. Tuttavia, al di là degli aspetti problematici che questa celebrazione pone, celebrazione accolta nel calendario romano da papa Giovanni XXII nella prima metà del XIV secolo anche se le prime tracce risalgono al IX-X secolo, noi possiamo cogliere un messaggio importante dalle letture bibliche che in essa ci sono presentate. Queste, infatti, e soprattutto la pagina evangelica, orientano verso la contemplazione del Dio estroverso, del Dio che si comunica all’uomo, del Dio il cui amore è per il mondo, insomma del Deus pro nobis. Del resto, come si è espresso un teologo, il dogma trinitario non è altro che “lo sforzo ostinato di andare sino in fondo all’affermazione giovannea per cui ‘Dio è amore’ (1Gv 4,8)” (Rémi Brague).

Luciano Manicardi, monastero di Bose: Amare donando >>>


Gesuiti Villapizzone, Milano ( http://www.gesuiti-villapizzone.it/sito/lectio/vangeli.html )

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito

Nicodemo, vecchio maestro della legge, è chiamato a rinascere dall’alto per diventare figlio: deve levare lo sguardo e vedere l’amore di un Dio che tanto lo ama da dare la sua vita per lui. Guardando il Figlio innalzato sulla croce, guarirà dal veleno del serpente antico. Chi vede il suo amore, abbandona la falsa immagine di Dio: sbugiardata la menzogna che lo fece fuggire da lui, comincia il ritorno a lui.

31 Maggio 2020 – Domenica di Pentecoste

Omelia di don Mario Testa _ Solennità di Pentecoste – Messa della Vigilia 30-05-2020.mp3

Vangelo della Messa della Vigilia

Sgorgheranno fiumi di acqua viva.

Dal vangelo secondo Giovanni
Gv 7,37-39

Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva».
Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato. 


Omelia di don Mario Testa Domenica di Pentecoste, Messa del gio… 31 maggio 2020.mp3

Vangelo della Messa del  Giorno

Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-23

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».


 

Ogni piccola creatura è riempita dal vento di Dio,
che semina santità nel cosmo:
santità della luce e del filo d’erba,
santità del bambino che nasce,
del giovane che ama,
dell’anziano che pensa.
L’umile santità del bosco e della pietra.
Una divina liturgia santifica l’universo.

La terza via della Pentecoste è data dalla seconda lettura.
Lo Spirito viene consacrando la diversità dei carismi:
bellezza, genialità, unicità proprie per ogni vita.
Lo Spirito vuole discepoli geniali, non banali ripetitori.

Ermes Maria Ronchi, su Avvenire: Pentecoste, un vento di santità nel cosmo >>> 


La Pentecoste è il compimento della Pasqua. Di questo compimento la pagina evangelica odierna pone in luce una dimensione particolare che riguarda il rapporto tra lo Spirito santo e il corpo. Il Signore si fa presente ai discepoli la sera del giorno della resurrezione con il suo corpo ferito e con il suo soffio che dà vita: “Gesù disse ai discepoli: Pace a voi. Poi mostrò loro le mani e il costato, soffiò e disse loro, Ricevete lo Spirito santo: A chi perdonerete saranno rimessi i peccati” (cf. Gv 20,20-22). Il corpo crocifisso e risorto è per i discepoli memoria dell’amore vissuto fino alla fine per loro e lo Spirito è memoria delle parole di Cristo che si sintetizzano nel dare pace e nell’ispirare perdono.

Luciano Manicardi, monastero di Bose: Lo Spirito: pace e perdono >>>


Gesuiti Villapizzone, Milano ( http://www.gesuiti-villapizzone.it/sito/lectio/vangeli.html )

Se qualcuno ha sete, venga a me

Gesù si presenta come la Sapienza di Dio, il nuovo tempio, la roccia da cui scaturisce l’acqua viva promessa dai profeti. Tutto questo sarà chiaro solo dalla croce, dove comprenderemo il suo amore e riceveremo il suo Spirito. Allora nasceremo dall’alto e sapremo amare come siamoamati: avremo in noi stessi la sorgente dell’amore